I Diamanti di Tipo IIa | Diamanti, pietre preziose e gemmologia | Diamtrader.net

I Diamanti di Tipo IIa

I Diamanti di Tipo IIa

Diamanti da investimento

Gemme e Denaro: i Diamanti di tipo IIA

I diamanti sono la quintessenza della ricchezza: ad una manciata di queste pietre può corrispondere un valore pecuniario incredibilmente alto. 

A tale considerazione, si può accostare il fatto che per alcune di queste gemme, che posseggono caratteristiche chimiche peculiari e sono corredate degli stessi attestati internazionali di tutte le altre, potrebbero nascondere un prezzo ancora superiore (fermo restando che i diamanti mantengano il riguardo tradizionalmente attribuitogli). 

Oro e Diamanti: quando la Massa fa la Differenza

Senza scendere nel complesso mondo delle enormi diversità tra questi due beni d’investimento, in semplici termini di peso-valore la discrepanza è ovvia. 

Attraverso una veloce ricerca (dati del 22 ottobre 2020) ed il conseguente paragone tra i due materiali, si può notare come: 

  • un grammo d’oro costi circa 60$, 
  • un grammo di diamanti costi dai circa 91.500$ (5 pietre da un carato o 0.2 grammi di qualità: D, IF, taglio categoria A3-Rapaport, a 18.300 $/ct) ai circa 525.000$ (una pietra da 5 carati, medesime caratteristiche). 

Facendo una rapida divisione tra i prezzi dei due materiali preziosi, risulta che per acquistare 1g di cristalli sfaccettati di carbonio puro ci vogliano dai 1525g agli 8750g di metallo prezioso. 

Questo risultato, tradotto in termini di mera portabilità, significa che per ogni grammo di diamanti sono necessari dagli 1.5 ai 9kg di oro (approssimando).

Inoltre, il prezzo del primo cresce in maniera aritmetica (1 grammo=60$, 2 grammi = 120$ ecc.), ma quello del secondo lo fa in modo geometrico (se un carato vale ipoteticamente UNO, due carati non valgono DUE, ma QUATTRO). 

In entrambi casi, pesa il fatto che questi materiali vengano trattati in dollari USA; le fluttuazioni nel cambio tra Euro e la moneta statunitense interferiscono direttamente sulle possibilità di guadagno di entrambe i preziosi.

Molti ritengono che i diamanti siano sempre e solo completamente incolori. 

In realtà, queste gemme, composte quasi esclusivamente di carbonio puro (tipicamente intorno al 99,95%), contengono sempre minime quantità (il restante 0,05%) di impurità atomiche, oltre che a dei difetti strutturali. 

Queste piccolissime imperfezioni creano dei cosiddetti centri di colore, da cui può scaturire una varietà di combinazioni cromatiche. 

Le tracce di minerali racchiuse nel diamante sono chiamate oligoelementi e, tra loro, il più comune è l'azoto. 

In base alla sua presenza o assenza, i diamanti possono essere suddivisi in due categorie principali: diamanti di tipo I (da leggersi come “uno”), contenenti quantità variabili, ma significative, di azoto e diamanti di tipo II (da leggersi come “due”), che non ne contengono tracce misurabili. 

Vista la quasi totale mancanza di questo elemento, nella loro composizione, i diamanti di tipo II, sono considerati come i più “perfetti”. 

All'interno di tale categoria, c'è l’ulteriore distinzione nei sottogruppi IIa e IIb (due A e due B). 

Le pietre del tipo IIb contengono boro. Esse possono mostrare tonalità blu o grigie e possiedono proprietà elettriche e fisiche del tutto speciali. 

Quelle di tipo IIa sono, invece, completamente incolori oppure, quando presentano deformazioni della struttura cristallina al loro interno o minime tracce di oligoelementi (diversi dall’azoto) possono essere rosa, marroni, ecc. 

Esse sono estremamente rare (meno del 2%) e generalmente le più pure di tutti i diamanti estratti. 

Data tale limpidezza, i diamanti "bianchi" di questo sottogruppo tendono ad essere spesso quasi completamente incolori (D-F), tanto che viene loro data l’etichetta di “super-D" (D, sulla scala GIA indica il massimo dell’assenza di colore). 

Questa designazione (super-D), forse con una nota romantica, viene soventemente associata ai diamanti estratti dalle leggendarie miniere indiane di Golconda, i famosi giacimenti che tra il XVI e il XVII secolo portarono alla luce esemplari come il Koh-I-Noor, il Fiorentino, Il Green Dresden ecc. 

Molte delle pietre più conosciute del mondo, non solo antiche ma anche moderne, appartengono proprio a questa categoria; tra esse ricordiamo, per esempio, i diamanti Cullinan, Regent e Lesedi La Rona.

Queste gemme, quasi introvabili, nascono in zone più interne del pianeta rispetto agli altri: invece dei “normali” 150-200 km dei diamanti comuni, quelli di tipo IIa si formano a profondità di circa 660 km (fascia dei 600-800 km), nella zona di transizione tra mantello superiore e quello inferiore. 

Alcune Caratteristiche peculiari

Oltre che “bianchi”, i diamanti di tipo IIa possono essere marroni o rosa, per una deformazione plastica dei cristalli, azzurri, a causa della presenza di una piccola quantità d’idrogeno, o verdi-gialli chiari, come conseguenza di un’esposizione a radiazioni. 

Tra di essi, i diamanti fancy rosa, in particolare, sono diventati estremamente ricercati. 

La maggior parte di quelli oggi (2020) in commercio provengono dalle miniere Argyle, in Australia. 

Queste preziose gemme sono tuttavia di tipo I (con alcune rare eccezioni, vedi tabella).

In uno studio del GIA risalente al 2002, di 1,490 pietre rosa esaminate, 1,166 erano di tipo I (A e B) e solo 324 erano di tipo II (A). 

Il divario tra i due gruppi non è costante; esso dipende dalla longevità e dalla produzione delle miniere da cui vengono estratti.

I diamanti incolori grezzi di tipo IIa hanno anche un’altra qualità decisamente distintiva: oltre che ad essere normalmente di grandi dimensioni, essi si presentano come decisamente irregolari e non ostentano le tipiche forme (ottaedro, dodecaedro, cubo, cristalli geminati ecc.) riscontrabili normalmente negli altri tipi. 


Il termine “Azzurro-Bianco” (“Blauweiss” in tedesco, poi “Blue White” in inglese) veniva utilizzato per descrivere i diamanti di colore migliore, risultato da un effetto dovuto alla fluorescenza che talune pietre possedevano. 

Gli originali Blue White provenivano dalla miniera di Jagersfontein, in Sudafrica, e si ritiene che una gran percentuale di essi (si diceva addirittura il 60%) fosse di tipo IIa. 

Secondo gli studiosi del GIA, tuttavia, di solito questi diamanti non emettono fluorescenza o, se lo fanno, essa è così debole che non viene citata nei loro rapporti di valutazione. 

Inoltre, il bagliore blu non è affatto caratteristico di un giacimento specifico, ma è legato a pietre di tipo IIa provenienti da diverse località, presenti in molti stati come per esempio Sudafrica, Brasile o Russia. 

Dunque, solo una piccola percentuale di diamanti di tipo IIa mostra questo bagliore blu (legato a difetti nei cosiddetti centri GR1, con emissione a 741 nm) e fosforescenza inerte, blu (simile alle pietre sintetiche create col metodo HPHT) o rossa. 

Questi esemplari sono comunque quasi introvabili e non fanno testo.

La presenza di diamanti di tipo II di grandi dimensioni D-color, in una miniera potenziale, può essere un fattore determinante per l’apertura della stessa, in quanto la presenza di esemplari di oltre 20 carati per ogni 50.000 tonnellate di roccia-ospite può convertirsi in entrate superiori a 20 $/tonnellata, vicine al fabbisogno minimo per la copertura dei costi operativi del deposito stesso. 

Di conseguenza, nella fase di valutazione di un giacimento è sempre vantaggioso poter prevedere la presenza, la dimensione e l'abbondanza di cristalli di tipo II. attraverso una campionatura di massa molto ampia.

Da quanto si Conosce questa Distinzione? 

Alcuni scienziati, tra il 1934 e il 1936, iniziarono a dividere i diamanti "incolori" in due classi, sulla base delle differenze nella loro trasparenza sia ai raggi ultravioletti (con lunghezze d’onda comprese tra 10 nanometri – nm e 400 nm) che a quelli infrarossi (~ 700 Nm - 1000 micrometri - µm). 

Il gruppo maggiore di gemme era, sin da questi primi studi, costituito dai diamanti di tipo I (uno), opachi alla radiazione UV sotto i 300 nanometri e fortemente reattivi (tramite assorbimento) ad una parte dello spettro delle onde infrarosse (specificamente nella gamma 7000 – 20000 nm). 

Il gruppo minore era composto da diamanti di tipo II (due), che trasmettevano lunghezze d'onda UV e mostravano birifrangenza scarsa (una proprietà ottica anomala, dovuta alla tensione nel reticolo della pietra. 

I diamanti sono isotropi e presentano gli stessi valori di una grandezza ottica e fisica in tutte le direzioni) o nulla quando venivano esaminati tra lenti polarizzanti incrociate. 

Il team di scienziati che condusse tali esperimenti concluse che i diamanti di tipo II erano quasi "perfetti" in termini di struttura cristallina. 

Due decenni dopo, nel 1954, un altro pool di studiosi suggerì che il carattere "meno perfetto" delle pietre di tipo I derivava dal fatto che gli atomi di carbonio nella loro struttura erano in uno "stato anormale", indotto dall’esistenza di "impurità chimiche" al loro interno. 

Le loro affermazioni si dimostrarono corrette quando, nel 1959, fu stabilito che le differenze tra i diamanti in queste due categorie erano dovute alla presenza (tipo I) e all'apparente assenza (tipo II) di azoto. 

Analisi successive confermarono questa teoria e, col tempo, vennero sviluppati strumenti sofisticati per determinare, in maniera rapida e non distruttiva, a quale gruppo le gemme esaminate appartenessero. 

Oggi, grazie ai passi da gigante fatti sia in gemmologia che in geologia, si conoscono dettagli ancora più precisi sulla nascita e sulla composizione di queste gemme, che hanno portato a ulteriori distinzioni. 

I giacimenti da cui vengono estratti questi costosi cristalli sono stati mappati e sono operativi già da molti anni. 

I grandi diamanti di tipo IIa si trovano principalmente nelle note miniere del Sudafrica (soprattutto Cullinan e Jagersfontein), in diverse kimberliti del Lesotho: Letseng-la-Terai, Mothae e Kolo; in Botswana: AK6, ora Karowe, Jwaneng, Orapa; in Canada: Viktor, Ekati; in Angola: Lulo; in Sierra Leone: Kono District; in India: Kollur (depositi secondari, oggi chiusi); e in Brasile: Minas Gerais (Rio Bagagem), Juina, Sao Luiz (depositi secondari). 

Ha senso investire in diamanti di tipo IIa? 

I diamanti di tipo IIa hanno caratteristiche eccezionali che li rendono molto desiderabili. 

Per questo motivo, in alcuni casi, essi hanno più valore degli altri. Investire in gemme con queste caratteristiche potrebbe, in futuro, offrire un'opportunità di guadagno molto interessante. 

Attualmente, non esiste una raccolta sistematica di dati tale che possa indicare, con relativa precisione, il divario di prezzo effettivo tra i diamanti “bianchi comuni” e quelli specificamente di tipo IIa. 

Si può comunque dire che queste gemme, quando certificate, possono essere acquistate pagando un prezzo aggiuntivo che varia, secondo alcune fonti, dal 2-3%, fino al 10%-15%. 

Esempi sul mercato 

Praticamente tutte le gemme incolori più grandi e famose del mondo sono di tipo IIa. 

Molte di esse sono ospitate in musei o sono parte di collezioni private; è spesso difficile vederle e praticamente impossibile comprarle. 

Negli ultimi anni, un numero crescente di pietre di notevoli carature è diventato disponibile all’acquisto da parte di coloro che ne avessero le possibilità economiche. 

Le case d’asta internazionali, oggigiorno, sono uno dei maggiori canali di vendita per questi tesori in miniatura. 

Negli ultimi decenni, i prezzi per le pietre eccezionali di tipo IIa hanno mostrato un continuo e costante aumento: 

Nel 2010, Christie’s vendette un diamante D-VVS1, con taglio a cuscino, da 27,03 carati per 3,55 milioni (o $131,502/ct) ed un altro, con taglio a gradino (step) rettangolare, del peso di 27,91 carati per $4,04 milioni (o $145,933/ct). 

In altra un'asta, in questo caso di Sotheby's e tenutasi a New York, una gemma D-IF, da 24,42 carati venne battuta per 3,6 milioni (o $148.443/ct). 

Nel 2017, Christie‘s-Ginevra riuscì a battere un diamante da 163,41 carati che era anche di colore D, IF per $ 33,7 milioni (o $206.230/ct). 

Nel 2018, due pietre D-IF, del peso di 51,71 carati e 50,39 carati vennero assegnate rispettivamente per $9,3 milioni (o circa $179.850/ct) e $8,1 milioni (o circa $160,740/ct). 

Vi sono molti altri esempi che possano attestare il valore di queste pietre, tutte comunque di notevoli dimensioni. 

Purtroppo, non è ancora disponibile una letteratura legata a gemme di taglia “normale”. 

Esistono tuttavia compagnie, come per esempio Il Gruppo indiano Kapu Gems, che vendono diamanti specificamente certificati di tipo IIa. 

Covid e Commercio online 

A causa dei recenti eventi e delle politiche restrittive, scaturite dalla comparsa del virus chiamato Covid-19, compagnie di ogni dove hanno dovuto rivoluzionare il loro modello di vendita ed interazione col cliente. 

Se da una parte fiere ed esposizioni sono diventate quasi impossibili da organizzare, dall’altra si è assistito ad un boom di tele-offerte di ogni tipo. 

Non potendo operare fisicamente, molte ditte hanno riversato i loro sforzi di promozione commerciale sulla rete. 

Il mondo della gioielleria non è certo stato un’eccezione ed i segni di tale transizione si possono constatare nel tipo di gemme proposte per via remota. 

Si tratta di pietre che, per qualità e caratura, non erano mai state precedentemente messe a disposizione di compratori che potessero solo vederle attraverso lo schermo di un computer o di uno smartphone. 

Per esempio, nell’ottobre di quest‘anno (2020), ad un’asta di Sotheby’s Hong Kong, un diamante da 102,39 carati, di tipo IIa, è stato venduto per l’equivalente di $15.694.870 a un collezionista giapponese. 

Il magnate nipponico lo ha ribattezzato "Maiko Star", in onore della sua seconda figlia. 

La sua vendita segna anche l'offerta di valore più alto mai fatta su un gioiello comprato online. 

Chi può Offrire un Servizio di Classificazione accurato? 

Il Rilevamento del tipo di Diamante 

La composizione chimica di un diamante ne determina la suddivisione in tipi Ia, Ib, IIa o IIb o ulteriori sottogruppi. 

È interessante notare che molte di queste pietre in realtà siano una combinazione di più tipi. 

Tutti i laboratori gemmologici maggiori (HRD, IGI, EGL ecc.) sono in grado di classificarle senza problemi, utilizzando uno spettrometro a infrarossi (FTIR); tuttavia tale caratteristica non appare normalmente sui loro certificati. 

Questo dato addizionale può essere richiesto pagando un prezzo aggiuntivo. 

Il Certificato “DIAMOND TYPE ANALYSIS” del GIA 

GIA sembra essere l’unico laboratorio che al momento offra un servizio standard di determinazione del tipo di diamanti naturali sciolti (Ia, Ib, IIa o IIb), sia incolori (scala D-Z) che colorati/fancy. 

L’ attestato ordinario può anche essere correlato di lettera e fotografia della gemma analizzata a un costo aggiuntivo. 

Strumenti di Laboratorio attualmente Disponibili per una Categorizzazione Fai-Da-Te 

Lo SSEF Diamond Spotter, introdotto nel 2000, consente una facile separazione in due classi di diamanti: 

  • Gruppo I: tipo IaA, IaAB e Ib, incolori, che non possono venire decolorati dal trattamento HPHT (alta temperatura, alta pressione). 
  • Gruppo II: tipo IIa, IIb e il raro IaB, che invece possono essere trattati con processo HPHT. 

Alcuni degli altri strumenti in commercio (ce ne sono vari) 

Laser UV DFI-MID di GGTL; M-Screen Plus ™ di HRD; AMS2 di IIDGR / DeBeers; J-Secure di DRC Techno; e DiaTrue ™ di OGI. I prezzi di questi macchinari variavano (nel 2018) da circa$ 5.000, nella fascia bassa, a $ 150.000, nella fascia alta. 


Circa il 98% dei diamanti naturali sono di tipo Ia (con aggregati di atomi di azoto in coppie o in gruppi di quattro), mentre quasi tutte le gemme sintetiche appartengono agli altri tipi (Ib, IIa e IIb); rarissimamente esse sono di tipo IaA (CVD). 

Questo significa che, almeno a livello di classificazione, la confusione tra pietre naturali e pietre create in un laboratorio è trascurabile. 

Tra i diamanti sintetici, quelli di maggior qualità (per purezza e colore) sono quelli ottenuti col metodo CVD (Chemical Vapour Deposition o Deposizione chimica a/di vapore), che sono tipicamente di tipo IIa. 

Questa sovrapposizione tra gemme vere e controparte artificiale non porta ad eccessivi mal di testa per i maggiori laboratori gemmologici, che si affidano a test multipli per determinare la tipologia dei diamanti esaminati. 

Va comunque considerato che questo è un settore con fortissima trazione e che ogni anno si presentano novità a 360 gradi, da nuovi tipi di gemme a rivoluzionari dispositivi per identificarle.

Nota finale 

Mentre i diamanti di tipo IIa costituiscono solo una percentuale minore di tutte le pietre naturali estratte nel mondo, essi sono rappresentati in modo sproporzionato tra le gemme eccezionali. 

Se per queste pietre famose esibite nei musei, vendute nelle grandi aste o mostrate su riviste e giornali, il clamore (ed eventuale prezzo di listino) sono garantiti, meno ovvia è la rilevanza che le gemme dello stesso tipo, ma di dimensioni meno notevoli, ricevono nelle vetrine delle gioiellerie. 

Per il momento, molte di esse si presentano come indistinte, classificate secondo le stesse “4C” del GIA riservate a tutti i brillanti comuni. 

Non va dimenticato che, i diamanti, in generale, stanno lottando per mantenere, tra epidemie, crisi economiche e avvento di pietre sintetiche, l’attuale status dominante nel reame dei preziosi, supremi su tutte le altre gemme. 

Se questa posizione al vertice del mondo dei gioielli rimarrà inalterata, è possibile che il veloce sviluppo tecnologico, ormai pervasivo di ogni settore, porti ulteriori distinzioni anche tra i diamanti non colorati. 

Non è escluso che entro pochi anni, i diamanti di tipo IIa, così rare e perfetti, diventino un bene maggiormente ricercato.

Articolo di: Dario Marchiori 

Fonti: baunatdiamonds.com, caratsdirect2u.com, sishuinternational.com, researchgate.net, reenaahluwalia.com, gia.edu, gemmanews.wordpress.com, TYPE IIA diamonds and their enhanced economic significance di J J Gurney1 , H H Helmstaedt, withclarity.com, nationaljeweler.com


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